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Curiosità

Curiosità sulla Stella ALpina

Settembre 22, 2022

Chi pensa alle Dolomiti va con la mente al suo simbolo più delicato: la Stella Alpina. Un fiore di montagna che cresce in alta quota, tra le rocce nude e aspre, inserito tra le specie protette delle nostre Dolomiti.

Un fiore, una leggenda, un simbolo della montagna: la Stella Alpina si trova un po’ ovunque in Trentino: dipinta sui muri delle case di montagna, scolpita nel legno, perfino come simbolo di associazioni e partiti. Scopriamola insieme.

Stella Alpina, un fiore tenace

Esistono in natura circa una trentina di specie di stelle alpine, conosciute anche con il nome di Leontopodium alpinum o Edelweiss.

Il suo stelo è piuttosto corto, mentre il fiore (che fiore non è) ha la caratteristica forma di una stella, ricoperta da una sorta di peluria. Quella che noi pensiamo sia l’infiorescenza è in realtà solamente un insieme di foglioline sbiancate dalla patina che le ricopre.

Una curiosità: i peli, non servono per la difesa del freddo, in realtà hanno la funzione di opporsi alla perdita d’acqua. La Stella Alpina infatti abita luoghi aridi ed esposti al vento.

Dove crescono le Stelle Alpine?

La Stella Alpina è il fiore più famoso delle nostre Dolomiti, ma è diffusa in tutto il continente Euroasiatico, dalle steppe transiberiane, al Giappone all’Himalaya, fino naturalmente alle nostre latitudini occidentali dell’Europa. Le sue caratteristiche le permettono di toccare altitudini fino ai 6.000 metri. Nel Parco Naturale Adamello Brenta la potete trovare nei prati di alta quota e su rupi impervie.

Ricordate di non raccogliere né la Stella Alpina né alcun altro fiore: sono numerose le specie protette che vanno rispettate e lasciate in natura. Attorno al Lago di Tovel nel parco Naturale Adamello Brenta troverete anche in primavera la fantastica fioritura della Scarpetta di Venere!

 

La leggenda della Stella Alpina

Intorno alla Stella Alpina sono nati molti miti: tra i tanti abbiamo scelto quello che ci piaceva di più:

“Tanto tempo fa c’era un’alta montagna, che tutta sconsolata, versava lacrime a causa della sua solitudine. Soffriva così tanto ma nessun albero, nessun fiore e nessuna pianta potevano fare qualcosa per consolarla. Erano ancorati al terreno e non si potevano avvicinare alle sue rocce. Fu così che, in una notte stellata, gli astri giocando tra loro si accorsero di questa montagna: una stellina coraggiosa scivolò giù dal cielo per posarsi tra le rocce gelide e consolare con la sua presenza la triste montagna.

Ma il freddo era pungente e la stella tremava, pentita di aver lasciato la tranquillità del cielo. La montagna, commossa per quel gesto gentile, avvolse la stella con una peluria bianca e la legò a sé donandole radici profonde.

Nel frattempo l’alba iniziava a scaldare con i suoi raggi il profilo della montagna: era nata la prima Stella Alpina!”

Curiosità

15 curiosità sul miele

Settembre 22, 2022

Non va mai a male:

Il miele infatti è uno dei pochi cibi che, se conservato sottovuoto, gode di una vita quasi eterna. Può rimanere commestibile letteralmente anche per millenni: pensate che è stato ritrovato miele ancora commestibile addirittura all’interno di tombe egizie! Questa non è una magia ma un semplice fenomeno scientifico: essendo una sostanza poco umida e molto acida, non è assolutamente ospitale per la crescita e la proliferazione dei batteri.

Non va messo nel frigo:

Appunto perché non va a male, è inutile conservarlo nel frigo. Il clima freddo e umido del frigo servirebbe solo ad accelerare il processo di cristallizzazione. Inoltre nel frigo potrebbe assorbire umidità e guastarsi.

Non tutte le api fanno il miele:

Quando pensiamo alle api le immaginiamo semplicemente come dei simpatici animaletti a strisce gialle e nere, tuttavia ne esistono circa 20.000 specie diverse! E solo una parte di queste produce miele. La specie che ne produce di più, la più allevata e commercializzata è la cosiddetta Apis mellifera.

Non solo le api fanno il miele:

Per quanto possa sembrare strano, il miele non è prodotto solo dalle api! Esiste infatti una specie di vespa, la Vespa Messicana, che lo produce. Tuttavia questo tipo di miele non è in commercio dato che le vespe si nutrono anche di fiori tossici per l’uomo.

Il miele ha una storia vecchia milioni di anni:

Sappiamo che gli umani lo consumano letteralmente da migliaia di anni, tuttavia le api hanno cominciato a produrlo molto prima che l’uomo se ne accorgesse! Si pensa che le api abbiano cominciato a fare il miele circa 130 milioni di anni fa, e sono stati ritrovati favi fossilizzati risalenti a 3 milioni di anni fa.

Esiste in diversi colori:

E non stiamo parlando di sfumature dorate! In alcune zone degli Stati Uniti infatti gli scienziati hanno osservato come alcune api producessero miele viola, verde o azzurro. Sebbene la causa di questo fenomeno non sia stata individuata con certezza si pensa che derivi da fattori ambientali e dall’alimentazione delle api.

Può essere usato per curare le ferite superficiali:

Infatti è un antibiotico naturale e velocizza il processo di disinfezione e cicatrizzazione.

Contiene antiossidanti:

Che servono a combattere lo stress ossidativo provocato dai radicali liberi. Per questo è un ingrediente molto usato nelle creme per il viso!

Può essere acquistato e consumato anche in forma cristallizzata:

Quando si cristallizza non va buttato: basta reidratarlo con acqua per riportarlo alla sua forma liquida originaria.

Era diffuso anche nell’antico Egitto:

Era usato come valuta di scambio ed era considerato un cibo sacro agli dei.

Era diffuso anche nell’antica Grecia:

Veniva usato infatti come dolcificante principale ed era uno degli ingredienti più comuni nella preparazione dei dolci. Era usato anche per dolcificare e arricchire il gusto del vino.

Le api producono moltissimo miele:

In media un alveare può produrre dai 15 ai 30 kg di miele in un anno. Le api percorrono migliaia e migliaia di km per ottenere questo risultato!

Le api lo usano per sopravvivere all’inverno:

Le api lavorano freneticamente nella bella stagione, quando i fiori sono disponibili e in bocciolo, per poter accumulare abbastanza miele da sopravvivere durante l’inverno. Infatti nella la stagione fredda le api si riuniscono intorno alla regina per creare un ambiente più caldo e si cibano del miele prodotto nel periodo estivo.

Non tutto il miele prodotto da un alveare viene commercializzato:

Un bravo apicoltore sa che non è necessario svuotare completamente un alveare per dire di avere ottenuto un buon raccolto. In realtà basta prenderne un terzo o poco più per ottenerne la quantità necessaria. Infatti è importante che le api mantengano le loro scorte per l’inverno.

Esiste un “uccellino da miele”:

Proprio come un cane da tartufi, l’Indicatore Golanera, guida i suoi padroni verso il miele. Questo volatile africano infatti cinguetta in modo particolare quando trova un alveare.

Curiosità

10 cose che non sapevi sulle Ciambelle Americane

Settembre 22, 2022

1.L’origine olandese delle donut americane

Sebbene gli americani siano orgogliosi delle loro donut, l’origine delle ciambelle va attribuita agli olandesi. Già dalla metà del XIX secolo in Olanda si diffuse quello che può essere considerato l’antenato delle ciambelle, ovvero un dolce locale chiamato olykoek: piccoli bignè fritti nel grasso di maiale. Furono gli immigrati olandesi a esportare in America questo dolce, dando il via a quella che sarebbe stata l’evoluzione della ciambella americana fino ai giorni nostri.

2.Perché le ciambelle hanno il buco?

Spesso queste “ciambelle senza buco” venivano farcite con frutta secca o altro, anche per agevolare la difficoltosa cottura della parte interna dell’impasto. Per risolvere in maniera ancora più efficace questo problema, nel 1847 il capitano navale Hansen Gregory del New England ebbe l’intuizione di perforare il centro dell’impasto prima di friggerlo, dando vita a quella che sarebbe stata la prima vera ciambella della storia.

3.La prima macchina per fare ciambelle

A consolidare la forma ad anello delle ciambelle, nonché la sua diffusione e il suo successo a livello nazionale, fu l’invenzione, nel 1920, della prima macchina automatica, a opera dell’immigrato russo Adolph Levitt. La presentazione ufficiale di questo macchinario avvenne alla World’s Fair di Chicago nel 1934, nel corso della quale le ciambelle vennero definite «l’alimento del secolo del progresso».

4.L’origine della parola “ciambella”

L’origine del nome “ciambella” (doughnut) è molto discussa. Alcuni dicono che si riferisce alla frutta secca (nuts) che veniva collocata all’interno della palla di impasto, mentre altri sostengono che si riferisce ai “nodi di pasta”, ovvero un’altra forma popolare degli olykoek. La prima registrazione scritta della parola “ciambella” risale a una pubblicazione del 1809 di Washington Irving, A History of New York.

5.Il “Giorno della Ciambella”

Il Giorno della Ciambella (National Doughnut Day) si celebra ogni anno dal lontano 1938 e ha addirittura un sito web ufficiale. Questa festività fu creata per celebrare l’Esercito della Salvezza che fornì gratuitamente ciambelle alle truppe americane all’estero nel corso della prima guerra mondiale.

6.I numeri dell’impero Dunkin’ Donuts

Oggi Dunkin’ Donuts è la più celebre e la più grande catena di negozi di ciambelle, con oltre 10mila punti vendita in 33 paesi che servono più di 5 milioni di clienti al giorno. Il primo Dunkin’ Donuts fu aperto nel 1950.

7.La ciambella più cara del mondo (per una buona causa)

Krispy Kreme Doughnuts, Inc., il più famoso marchio americano di donut, nel 2014 ha realizzato la ciambella più costosa del mondo, al prezzo di 1000 sterline. La preziosa ciambella in questione, preparata con cioccolato belga e ricoperta di foglie dorate e di una spolverata di diamanti edibili, venne presentata presso i grandi magazzini Selfridges nel Regno Unito nel corso della National Donut Week per una raccolta fondi per l’ente benefico britannico Children’s Trust.

8.Le ciambelle più bizzarre del mondo

Sebbene la classica donut americana sia fritta e glassata, non mancano anche varianti fantasiose, con ogni tipo di ingredienti dolci o salati. Tra le proposte più bizzarre che hanno fatto notizia negli Stati Uniti ci sono le salate pizze donut, le sfiziose donut mac and cheese, le orientali sushi donut, le Bubblegum donut rosa confetto e infine le alcoliche Shot Glass Donuts, riposte su bicchierini da shot e riempite di liquore.

9.Mangiatori di ciambelle da competizione

Come per ogni cibo tradizionale statunitense non può mancare anche una sezione dedicata ai record mondiali. Risale al 2014 quello per la ciambella mangiata più velocemente, per di più senza mani e senza leccarsi le labbra; il record è di 11,41 secondi, ed è stato raggiunto da Philip Joseph Santoro (Usa), a San Francisco, California. Nel 2017, invece, la star americana di YouTube nonché mangiatore professionista Kevin “LA Beast” Strahleè riuscito a inghiottire sei ciambelle in tre minuti, il tutto senza leccarsi le labbra.

10. Le vere ciambelle di Homer Simpson

Impossibile non associare le ciambelle americane al personaggio dei cartoni Homer Simpson, che tanto ci ha fatto ridere e sognare con le sue golose ciambelle ricoperte di glassa rosa. Ebbene, per la gioia dei tantissimi fan del cartone più popolare d’America la Krispi Kremenel nel 2018 ha messo in commercio un’edizione speciale delle due donut “stile Homer”, realizzate con un cremoso cioccolato bianco alla fragola e uno strato di zuccherini colorati; successo commerciale assicurato.

Curiosità

Piatti tipici Brasiliani

Settembre 22, 2022

Il Brasile (grande quasi trenta volte l’Italia) è un vero e proprio crogiolo di razze e culture, con una tradizione gastronomica che mescola innumerevoli e diversi influssi: si va dalle tendenze imposte dai colonizzatori portoghesi a quelle autoctone rivisitate dalle schiave nere, spesso impiegate in cucina a tutti i vari influssi avuti dai molti flussi migratori.

Gli ingredienti tipici del Brasile

 

Ingredienti tipici della cucina brasiliana sono l’olio di palma, un condimento dal sapore pieno e ricchissimo di grassi saturi (e facilmente causa problemi intestinali agli ignari turisti); il latte di cocco, che arrotonda il gusto di molte vivande; la carne salata, retaggio del periodo in cui frigoriferi ancora non esistevano; i fagioli, per lo più neri; la manioca, utilizzata sia come tubero sia come farina; la frutta, non solo mango e papaia, ma anche molte specialità dell’Amazzonia, squisite nelle macedonie e nelle marinate di carne.

 

I piatti tipici della cucina brasiliana

 

Le zuppe, vero e proprio cardine della gastronomia brasiliana, mescolano verdure, carne e pesce, carne e fagioli; la sopa de palmito, per esempio, è preparata con cuore di palma cotto in un brodo di pollo addensato con farina e panna.

Tra i secondi troviamo grigliate, spezzatini, stufati densi e corposi. Alla prima categoria appartengono il churrasco, carne o pesce cotti allo spiedo in un forno verticale, cioè con una fonte di calore retrostante e non sottostante. È invece uno spezzatino la feijoada (in foto), preparata con vari tagli salati di maiale (piedini, orecchio, lingua affumicata) e fagioli neri, servita con riso pilaf, salsa piccante e farofa (farina di manioca cotta con pancetta e salamella).

Ampio spazio trovano i dolci di tutti i tipi. Diversamente da quanto avviene negli altri paesi dell’America del Sud, l’avocado si consuma zuccherato (crema de abacate); la meringa è molto apprezzata e viene servita con frutta e panna montata. Grande diffusione conoscono poi i biscotti preparati con amido di mais e aromatizzati con la vaniglia, i gelati e i semifreddi di frutta.

Una bevanda tipica è la batida, un frullato freddissimo di frutta mescolato con un liquore (di solito rum) in proporzioni variabili.

Curiosità

Tutto quello che dovete sapere sul Curry

Settembre 19, 2022

Un ingrediente che appena nominato fa viaggiare la mente verso terre lontane e scenari suggestivi. Il curry racconta una storia di spezie pestate in un mortaio, di profumi avvolgenti e tegami bollenti, ricchi di sapore. Il curry è l’emblema di tutto il fascino dell’India. Lo gustiamo in tante ricette come il pollo al curry, le verdure e il riso. Scopriamo da quali spezie è composto e quali sono gli abbinamenti migliori.

Cos’è il curry

Il curry è una miscela di spezie di origine indiana, che producono la tipica polvere giallo-senape dal profumo fortemente aromatico. La composizione del curry classica comprende pepe nero, cumino, coriandolo, cannella, curcuma, chiodi di garofano, zenzero, noce moscata, fieno greco, peperoncino, zafferano, cardamomo. A seconda delle spezie di cui è composto si può ottenere un curry “mild” cioè mediamente piccante oppure se il curry è piccante, la varietà “sweet” che al contrario del nome non è dolce.

 

E’ una spezia o salsa?

Dalla preziosa spezia è stata elaborata anche una salsa al curry ideale per polpette di salmone o altro pesce, piatti di carne, pollo e pietanze a base di riso. La consistenza vellutata della salsa la rende ideale anche come dipping sauce per aperitivi e cene tra amici, da usare per intingere e rendere gustosi spiedini, crostacei o quello che si preferisce. Se fatta in casa, si può rendere la salsa più densa e arricchita di note profumate aggiungendo oltre al curry in polvere una chutney di mango o un cucchiaino di marmellata di albicocche.

 

Quanti tipi di curry ci sono?

Nella cucina indiana il termine curry è indicato con l’equivalente masala. Esistono decine di masala differenti: i più famosi sono il garam masala e il tandoori masala. Il Garam Masala è chiamato anche miscela bollente perchè composto da spezie molto piccanti, come peperoncino, aglio, polvere di zenzero, sesamo, semi di senape, finocchio e altre spezie tostate. Il Tandoori Masala prende il nome dal forno cilindrico in terracotta in cui si cuociono le carni ed è composto da pepe di Cayenna, coriandolo, chiodi di garofano, aglio, cardamomo, fieno greco, cannella, pimento, cipolla e zenzero.

 

Una spezia dai mille colori

Le tipologie di curry in uso principalmente nel sud-est asiatico sono davvero molte. Nel mondo può assumere diverse colorazioni in base ai diversi mix di spezie da cui è composto. Il più diffuso è il green curry o kaeng khiao wan thailandese, una polvere verde che deve il suo colore ad una varietà orientale di basilico. Molto diffuso è anche il kaeng kari o curry giallo, composto da coriandolo, curcuma, peperoncino, semi di senape, cumino, pepe nero, fieno greco, aglio, sale, finocchio, noce moscata o Macis.

C’è poi il curry rosso la cui particolarità è che le spezie vengono tostate prima di essere macinate. Peperoncino, pepe nero, curcuma e cannella ne rendono il gusto decisamente piccante. È indicato in particolare per le carni, la piccantezza può essere mitigata mescolandolo con latte o una salsa yogurt per creare una varietà molto aromatica.

 

Dove si usa il curry

Sicuramente il curry è maggiormente conosciuto in India ma in tutti i paesi orientali (e più in generale in tutto il mondo oggigiorno) si consuma questa spezia. Diffuso in Asia, Thailandia e Pakistan, è usato anche a Singapore, in Giappone e Cina. Esiste ad esempio un curry giapponese, alla base delle pietanze più popolari della cucina nipponica. Viene di solito mangiato come curry con riso, curry con udon (una sorta di spaghettoni) oppure è servito come karē-pan (panino impanato e fritto, farcito con curry).

Tra le ricette più riuscite che vi consigliamo di provare non possiamo non citare la zuppa di pesce al curry, spiedini di pollo con salsa curry, le carote al curry, il risotto curry e calamari, il cous cous di verdure al curry e lo spezzatino di manzo riso e curry.

 

Non resta che trovare l’abbinamento preferito!

Opinioni

Puglia

Settembre 19, 2022

Mercatini al top solo che della Puglia soliti articoli ci vogliono aggiornamenti!!!!

Opinioni

Una bella esperienza

Settembre 18, 2022

Con entusiasmo visitavo il mercato europeo a Padova prato della valle e ho sempre trovato prodotti alimentari buonissimi come i biscotti francesi o greci e oggettini di artigianato se non ricordo male tedesco che conservo con affetto. Non so se quest anno ci sarà l edizione a padova ma ho dei dubbi e questo mi dispiace molto

Curiosità

Origini e curiosità sugli Arrosticini

Marzo 3, 2020

Goli arrosticini, anche chiamati rustell’ o arrustell’ , sono un piatto prelibato di origine abbruzzese che ha fatto innamorare tutta Italia.

Sono in genere accompagnati da fette di pane casereccio con olio extravergine d’oliva (pane ‘onde) e bruschette, salumi e formaggi nostrani, e l’immancabile vino Montepulciano d’Abruzzo o un mix di vino e gassosa in uso ancora nei ristoranti più tradizionali.

Vanno mangiati sfilando i pezzi di carne con i denti dallo spiedino, tenuto con le mani.

Citiamo il Professor Francesco Avolio, docente di Linguistica Italiana all’Università degli studi dell’Aquila, che nel suo testo “Il mistero degli Arrosticini”, scrive:

«L’area di diffusione originaria è “nella zona pedemontana sul versante orientale del Gran Sasso, principalmente in provincia di Pescara”. Dai nostri rilevamenti, il centro di quest’area è ai piedi del Voltigno (zona montuosa sul versante orientale del Gran Sasso), e in particolare sulla sponda sinistra del fiume Pescara (appartenente, prima del 1927, alla provincia di Teramo) e nelle valli vicine della Nora e del Tavo (comuni di Farìndola, Villa Celiera, Civitella Casanova, Civitaquana, Catignano, e ancora Pianella e alcuni altri), con estensioni, forse più recenti, sulla destra del fiume, verso Chieti (Tocco da Casauria) e, a Nord, attraverso la zona di Penne, in direzione del Teramano (valle del Fino).»

Inoltre:

«L’area è da tempo in ulteriore espansione: nell’immediato entroterra di Pescara, a Spoltore, i nostri spiedini sono giunti intorno agli anni Cinquanta, importati da ambulanti e immigrati stagionali provenienti da Villa Celiera, il paese che, sulla base di questa ed altre testimonianze, sembra proprio configurarsi come la piccola “patria” degli arrosticini.»

E volete sapere da dove deriva il nome “Rustelle”???

«Il nome dialettale senz’altro più diffuso è, nella zona di origine, lë rruštéllë, rruštòllë. Il DAM, alla voce rroštə (e rruštèllə), fornisce la variante di Rosciano (Pe), che è, per l’appunto, rruštèllə, e che viene definita “ ‘arrosticini’, pezzettini di carne di pecora infilati ad uno spiedino di legno e arrostiti” (si cita poi la variante rruštècégliə, senza però indicarne la provenienza), ma, alla voce arróštə, se ne trovano diverse altre: li rruštöllə (Loreto Aprutino, Pe), tradotta con “rosticini”, arruštijə (Bussi, Popoli, Pe), arrišticijə (Civitella Casanova, Pe), lə rušticijə (Tocco da Casauria, Pe), definite questa volta “arrostini, pezzi di carne di pecora infilata in una bacchetta di legno.»

Curiosità

La Paella – Storia e Curiosità

Febbraio 19, 2020

Accenni di storia

La “paella”, piatto tipico di Valencia, è diventata nel corso del tempo un punto di riferimento della gastronomia spagnola.

Come altri tipi di piatti popolari, anche la paella è composta dall’unione di ingredienti comuni di facile reperibilità. Infatti, la zona di Valencia è sempre stata ricca di verdure fresche grazie alla campagna valenciana, di polli, conigli e anatre per quanto riguarda la carne, e la vicinanza della zona denominata “Albufera” (che tradotto significa laguna), caratterizzata dalla presenza di risaie, soddisfano le condizioni necessarie per la creazione di questo gran piatto.

Da dove deriva il nome Paella?

Paella deriva dal nome della pentola nella quale si cucina. Una padella alla quale è stato tolto il manico per sostituirlo con due o più maniglie a seconda delle dimensioni, in grado di sostenere il peso della pietanza. Possiede un diametro minimo di 20 cm e, a seconda di questo, varia l’altezza dei bordi e di conseguenza anche il numero delle razioni da poter servire. Una paella di 20 cm è indicata per una razione, di 28 cm per due razioni, di 30 per 3, di 40 per 8 e di 55 per 15 e così via fino ad arrivare a quelle gigantesche utilizzate nel corso di sagre paesane o avvenimenti particolari, come ad esempio partecipare al concorso dei “Guiness dei primati”.

Il materiale principale con il quale viene fabbricata una padella di qualità è il ferro lavorato a mano o in acciaio. Logicamente al giorno d’oggi i materiali in commercio sono molti e svariati.

Quando nasce?

Tra il secolo XV e XVI, per la necessità dei contadini e pastori di avere un pranzo facile da trasportare. Per la variante “de marisco”, di pesce, non abbiamo date certe per segnalare la sua origine, ma la possiamo definire come versione della costa alternativa a quella della campagna.

La tradizione vuole che la paella venga cucinata all’aria aperta e possibilmente con legna d’arancio, che a Valencia è facile trovare. Questa legna, a parte dare alla pietanza un certo aroma, ha la caratteristica di mantenere un fuoco costante e facile da controllare, visto che in molte parti dell’elaborazione del piatto, bisogna regolarne il calore. Quando non è possibile utilizzare la legna il sistema più utilizzato è una serpentina circolare e a gas per distribuire equamente il calore a tutta la paella e chiamata “paellero”. Come da foto, consiste in tre anelli regolabili in cui passa il gas.

Curiosità

La paella è un piatto tipico da consumare a pranzo e non a cena.

Il giorno in cui i valenciani si ritrovano attorno al fuoco ed in famiglia per mangiare una paella è la domenica a pranzo, per le caratteristiche festive di questa giorno della settimana. Meno chiara è la motivazione per cui la paella veniva consumata anche il giovedì. Due le ipotesi, una che fa riferimento ai ritardi di consegna del pesce, per preparare il brodo, che non arrivava ai paesi dell’entroterra prima del giovedì e un’altra dell’epoca franchista, quando alcuni domestici avevano il giorno libero proprio il giovedì, lasciando per la notte del mercoledì tutti gli ingredienti pronti per agevolare la “signora” di casa, ignara dei segreti della cucina, che doveva solo preparare il riso, amalgamare e far riposare.

La cultura del riso

La paella possiede un riconoscimento in tutto il mondo e moltissimi sono gli avvenimenti e feste paesane che sono caratterizzati dal “mangiare assieme la paella”, molte volte cucinata in strada o in aree adibite. Date una letta all’articolo “La paella come aggregazione di persone”.

Molte sono le varianti della paella, che viene considerata all’interno dei metodi di cottura come “arroz seco”, di pesce, di carne, mista o di sole verdure. Ma ricordiamo che quella originale è la valenciana cucinata con pollo, coniglio e verdure. Consigliamo di leggere l’articolo “Il riso a Valencia” dove parliamo della cultura valenciana in relazione al famoso cereale, i suoi metodi di cottura e le varietà locali protette dalla Denominazione d’Origine “Arroz de Valencia”.