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Curiosità

Origini e curiosità sugli Arrosticini

Marzo 3, 2020

Goli arrosticini, anche chiamati rustell’ o arrustell’ , sono un piatto prelibato di origine abbruzzese che ha fatto innamorare tutta Italia.

Sono in genere accompagnati da fette di pane casereccio con olio extravergine d’oliva (pane ‘onde) e bruschette, salumi e formaggi nostrani, e l’immancabile vino Montepulciano d’Abruzzo o un mix di vino e gassosa in uso ancora nei ristoranti più tradizionali.

Vanno mangiati sfilando i pezzi di carne con i denti dallo spiedino, tenuto con le mani.

Citiamo il Professor Francesco Avolio, docente di Linguistica Italiana all’Università degli studi dell’Aquila, che nel suo testo “Il mistero degli Arrosticini”, scrive:

«L’area di diffusione originaria è “nella zona pedemontana sul versante orientale del Gran Sasso, principalmente in provincia di Pescara”. Dai nostri rilevamenti, il centro di quest’area è ai piedi del Voltigno (zona montuosa sul versante orientale del Gran Sasso), e in particolare sulla sponda sinistra del fiume Pescara (appartenente, prima del 1927, alla provincia di Teramo) e nelle valli vicine della Nora e del Tavo (comuni di Farìndola, Villa Celiera, Civitella Casanova, Civitaquana, Catignano, e ancora Pianella e alcuni altri), con estensioni, forse più recenti, sulla destra del fiume, verso Chieti (Tocco da Casauria) e, a Nord, attraverso la zona di Penne, in direzione del Teramano (valle del Fino).»

Inoltre:

«L’area è da tempo in ulteriore espansione: nell’immediato entroterra di Pescara, a Spoltore, i nostri spiedini sono giunti intorno agli anni Cinquanta, importati da ambulanti e immigrati stagionali provenienti da Villa Celiera, il paese che, sulla base di questa ed altre testimonianze, sembra proprio configurarsi come la piccola “patria” degli arrosticini.»

E volete sapere da dove deriva il nome “Rustelle”???

«Il nome dialettale senz’altro più diffuso è, nella zona di origine, lë rruštéllë, rruštòllë. Il DAM, alla voce rroštə (e rruštèllə), fornisce la variante di Rosciano (Pe), che è, per l’appunto, rruštèllə, e che viene definita “ ‘arrosticini’, pezzettini di carne di pecora infilati ad uno spiedino di legno e arrostiti” (si cita poi la variante rruštècégliə, senza però indicarne la provenienza), ma, alla voce arróštə, se ne trovano diverse altre: li rruštöllə (Loreto Aprutino, Pe), tradotta con “rosticini”, arruštijə (Bussi, Popoli, Pe), arrišticijə (Civitella Casanova, Pe), lə rušticijə (Tocco da Casauria, Pe), definite questa volta “arrostini, pezzi di carne di pecora infilata in una bacchetta di legno.»

Curiosità

La Paella – Storia e Curiosità

Febbraio 19, 2020

Accenni di storia

La “paella”, piatto tipico di Valencia, è diventata nel corso del tempo un punto di riferimento della gastronomia spagnola.

Come altri tipi di piatti popolari, anche la paella è composta dall’unione di ingredienti comuni di facile reperibilità. Infatti, la zona di Valencia è sempre stata ricca di verdure fresche grazie alla campagna valenciana, di polli, conigli e anatre per quanto riguarda la carne, e la vicinanza della zona denominata “Albufera” (che tradotto significa laguna), caratterizzata dalla presenza di risaie, soddisfano le condizioni necessarie per la creazione di questo gran piatto.

Da dove deriva il nome Paella?

Paella deriva dal nome della pentola nella quale si cucina. Una padella alla quale è stato tolto il manico per sostituirlo con due o più maniglie a seconda delle dimensioni, in grado di sostenere il peso della pietanza. Possiede un diametro minimo di 20 cm e, a seconda di questo, varia l’altezza dei bordi e di conseguenza anche il numero delle razioni da poter servire. Una paella di 20 cm è indicata per una razione, di 28 cm per due razioni, di 30 per 3, di 40 per 8 e di 55 per 15 e così via fino ad arrivare a quelle gigantesche utilizzate nel corso di sagre paesane o avvenimenti particolari, come ad esempio partecipare al concorso dei “Guiness dei primati”.

Il materiale principale con il quale viene fabbricata una padella di qualità è il ferro lavorato a mano o in acciaio. Logicamente al giorno d’oggi i materiali in commercio sono molti e svariati.

Quando nasce?

Tra il secolo XV e XVI, per la necessità dei contadini e pastori di avere un pranzo facile da trasportare. Per la variante “de marisco”, di pesce, non abbiamo date certe per segnalare la sua origine, ma la possiamo definire come versione della costa alternativa a quella della campagna.

La tradizione vuole che la paella venga cucinata all’aria aperta e possibilmente con legna d’arancio, che a Valencia è facile trovare. Questa legna, a parte dare alla pietanza un certo aroma, ha la caratteristica di mantenere un fuoco costante e facile da controllare, visto che in molte parti dell’elaborazione del piatto, bisogna regolarne il calore. Quando non è possibile utilizzare la legna il sistema più utilizzato è una serpentina circolare e a gas per distribuire equamente il calore a tutta la paella e chiamata “paellero”. Come da foto, consiste in tre anelli regolabili in cui passa il gas.

Curiosità

La paella è un piatto tipico da consumare a pranzo e non a cena.

Il giorno in cui i valenciani si ritrovano attorno al fuoco ed in famiglia per mangiare una paella è la domenica a pranzo, per le caratteristiche festive di questa giorno della settimana. Meno chiara è la motivazione per cui la paella veniva consumata anche il giovedì. Due le ipotesi, una che fa riferimento ai ritardi di consegna del pesce, per preparare il brodo, che non arrivava ai paesi dell’entroterra prima del giovedì e un’altra dell’epoca franchista, quando alcuni domestici avevano il giorno libero proprio il giovedì, lasciando per la notte del mercoledì tutti gli ingredienti pronti per agevolare la “signora” di casa, ignara dei segreti della cucina, che doveva solo preparare il riso, amalgamare e far riposare.

La cultura del riso

La paella possiede un riconoscimento in tutto il mondo e moltissimi sono gli avvenimenti e feste paesane che sono caratterizzati dal “mangiare assieme la paella”, molte volte cucinata in strada o in aree adibite. Date una letta all’articolo “La paella come aggregazione di persone”.

Molte sono le varianti della paella, che viene considerata all’interno dei metodi di cottura come “arroz seco”, di pesce, di carne, mista o di sole verdure. Ma ricordiamo che quella originale è la valenciana cucinata con pollo, coniglio e verdure. Consigliamo di leggere l’articolo “Il riso a Valencia” dove parliamo della cultura valenciana in relazione al famoso cereale, i suoi metodi di cottura e le varietà locali protette dalla Denominazione d’Origine “Arroz de Valencia”.

 

Curiosità

I Coccoretti

Febbraio 17, 2020

Nei nostri mercati sono facilmente individuabili. Il profumo si sente a distanza, inconfondibile. Il cocco, con la sua dolcezza esotica non perdona. Ed è proprio quest’ultimo a connotare i cosiddetti Coccoretti, che i venditori riconducono a una matrice belga.

Si tratta di cupoline bianche più o meno venate di marrone a seconda del grado di cottura: all’esterno sembrano compatte e asciutte, all’interno restano umide e sbriciolose. Un po’ come delle piccole rocce. Ed è proprio con il nome di “rochers à la noix de coco” (“rocce alla noce di cocco”), con una forma un po’ meno regolare e più “rocciosa” che sono noti in Francia.

Sono fatti con pochissimi ingredienti e tra essi non compaiono né rossi d’uovo, né olio o burro, né farina. Morale sono una risposta in alternativa alle meringhe quando in casa avanzano tanti albumi.

Bianchi come la neve, dicevamo, non lasciano trasparire un possibile nesso tra il cocco e il Belgio. Ma ecco che alla fine è un altro alias con cui sono conosciuti che forse fa un po’ di luce.

Questi simpatici dolcetti si chiamano anche “congolais”ossia “congolesi”. Ironia della sorte, o forse un certo razzismo che ha colpito anche in pasticceria, i congolesi non sono neri come la popolazione della Repubblica del Congo, dove la palma da cocco è notevolmente diffusa, ma bianchi come i Belgi che dominarono il paese africano nel secolo scorso.

Curiosità

6 curiosità sui Bretzel

Febbraio 12, 2020

1- La forma dei Bretzel simboleggia la posizione a braccia incrociate dei monaci durante la preghiera. I 3 buchi che si formano rappresentano la Santissima Trinità.

2- In Germania, Austria, Alto Adige e Svizzera i Bretzel sono un cibo tradizionale ed è possibile trovarli in ogni panificio, birreria o ristorante. Sono simbolo di fortuna e prosperità.

3- Leggenda vuole, che il loro colore particolare sia dovuto ad un fornaio che, addormentatosi davanti al fuoco durante la cottura li fece cuocere troppo fino a bruciarli

4- In tempi antichi i matrimoni venivano celebrati sotto un Bretzel appeso. I due sposi poi ne mangiavano ognuno una metà.

5- I  Bretzel arrivarono in america nel 2170 grazie agli immigrati tedeschi

6- Esistono dei mini Bretzel sotto forma di salatini

Ora non vi resta che venire a provare  i Bretzen freschi preparati al momento ai Mercati Europei!

Curiosità

I Mercati Europei Fiva – Una Storia

Febbraio 5, 2020

I Mercati Europei di Fiva Confcommercio nascono nel 2001, sulla scia delle positive esperienze maturate in altri Paesi comunitari.

A cercare una definizione semplice, si può dire che i Mercati Europei sono delle mostre-mercato dei venditori su aree pubbliche provenienti dai paesi dell’Unione Europea. In realtà i Mercati Europei di Fiva Confcommercio sono molto di più, perché hanno un valore aggiunto che le consuete iniziative di piazza non riescono ad assicurare.

Il loro punto di forza è il contributo operativo che offre l’intero mondo del commercio: un Mercato Europeo prende forma grazie alla cooperazione della Federazione nazionale e delle associazioni territoriali del commercio ambulante, delle Camere di commercio, degli Enti locali quali Comuni o Regioni, dell’Ueca (Unione europea del commercio ambulante).

È grazie a questa capacità di “fare sistema” che i Mercati Europei arrivano sulle maggiori piazze nazionali, che per un intero week-end diventano internazionali.

L’idea che anima questi eventi è far incontrare gli operatori italiani e i loro omologhi europei con il consumo italiano. In percentuale, nei Mercati Europei, i banchi di provenienza estera costituiscono il 70%, mentre i rappresentanti delle specificità regionali italiane il rimanente 30%. Sotto il profilo merceologico, l’organizzazione ha sempre posto particolare attenzione nell’equilibrio tra banchi alimentari e settore non alimentare, fissando anche un limite per la partecipazione delle cosiddette aziende di “street food”, che continuano a far da traino all’evento, ma senza prenderne il sopravvento.

È grazie a questa varietà che il Mercato Europeo si realizza in un caleidoscopio di forme, profumi, sapori che ricordano le atmosfere europee, nella loro diversità ma anche nella loro somiglianza. Non è esagerato affermare che i Mercati Europei contribuiscono fattivamente anche al processo di integrazione europea.

Per tutte queste ragioni le Amministrazioni hanno spesso accolto con entusiasmo queste manifestazioni. Esemplare in questo senso è il caso di Arezzo: il Mercato Europeo vi ha fatto il suo esordio nel 2005, e subito si è deciso che già dal 2006 sarebbe diventato un appuntamento fisso (giungendo ormai con il circuito 2019 alla sua 15esima edizione). I Mercati Europei sono una vetrina per le città che le ospitano, rivitalizzano il centro storico, lo restituiscono alla sua funzione originaria e particolare: far incontrare la gente.

 

Non è un caso che anche dei grandi capoluoghi di provincia abbiano messo a disposizione le loro piazze migliori, i loro “salotti all’aperto”, per i Mercati Europei: piazza Ponterosso a Trieste, via Emilia a Modena, piazza XX Settembre a Pordenone, il Prato della Valle a Padova, via Garibaldi ad Ancona e così via.

Ormai i Mercati Europei costituiscono un circuito di altissimo livello qualitativo (grazie anche alla preventiva selezione degli operatori), restaurano l’immagine del commercio su aree pubbliche, esaltano un campo in cui l’Italia vanta una tradizione ineguagliata a livello continentale, sia in termini qualitativo-professionali che legislativi.

Le tre-giorni del commercio europeo sono preceduti anche da una attività promozionale capillare (volantinaggio) e a largo raggio (radio, giornali), che garantiscono l’afflusso di visitatori da tutto il comprensorio: più volte a Trieste è stata toccata la quota-record di 250 mila presenze, superata solamente da Arezzo con 350 mila visitatori. È facile immaginare le dimensioni dell’indotto cittadino, non solo nel campo commerciale ma anche turistico.

Da ultimo, i Mercati Europei si sono sempre distinti per una serie di attività collaterali condotte a fianco dell’associazionismo locale. Grazie al loro sostegno, non sono mai mancate mostre fotografiche, attività di animazione, esibizioni di artisti di strada, bande musicali e gruppi folkloristici, raccolte di solidarietà.

È tutto questo che rende i Mercati Europei un evento atteso dai visitatori, dagli operatori stranieri, ma anche dagli esercenti in sede fissa e dagli operatori del turismo.

Mercati Europei FIVA Confcommercio – tanti volti per un unico mercato!

(per la visione di fotografie e rassegne stampa vedi http://www.fiva.it/european_markets.html e https://it-it.facebook.com/mercatieuropei.fiva/)

Curiosità

Proprietà e benefici della liquirizia

Febbraio 3, 2020

Storia

Menzionata nel primo erbario della medicina tradizionale cinese, la liquirizia è usata in Asia da circa 5.000 anni per curare tosse, intossicazioni alimentari e disturbi al fegato.

In Medio Oriente gli Sciiti camminavano per ore nel deserto senza soffrire la sete solo grazie alle proprietà dissetanti della radice di questa pianta, mentre in Europa la liquirizia è stata introdotta dai frati domenicani soltanto nel XV secolo, utilizzandola in infuso o sotto forma di tintura soprattutto per il benessere delle vie respiratorie e per depurare il fegato.

Proprietà della liquirizia

E’ digestiva, diuretica, antinfiammatoria, espettorante e protettiva della mucosa gastrica. Indicata contro tossemal di golacatarrocervicale acidità gastrica esercita anche una blanda funzione lassativa.

La virtù che in passato ha reso celebre la liquirizia era quella dissetante: gli Sciti (popolazione nomade d’origine iranica) che si cibavano solo di formaggi di capra e liquirizia, camminavano per ore nel deserto senza patire la sete grazie all’azione rinfrescante di questa preziosa radice.

Chi soffre di pressione bassa può trarre giovamento dalla liquirizia poiché aumenta la pressione del sangue, ma per lo stesso motivo va consumata con parsimonia.

Benefici

Il suo nome scientifico è Glycyrrhiza glabra, è una pianta perenne della famiglia delle Leguminosae. È una sostanza aromatica conosciuta fin dall’antichità per i numerosi benefici a vantaggio della salute: se ne trovano menzioni persino negli erbari dell’antica medicina cinese, e in Asia è usata da più di 5000 anni per le sue proprietà digestivedepurative e antinfiammatorie.

 

Curiosità

Cenni sulle origini della Ceramica Tunisina

Gennaio 28, 2020

La ceramica tunisina è senza dubbio una delle produzioni più conosciute dell’artigianato tipico in Tunisia.

I berberi – popolo indigeno della Tunisia, nella città di Guellala (in berbero ‘vasai’), sull’isola di Djerba, iniziarono la produzione di manufatti in argilla cotta. I Fenici poi introdussero la tecnologia del tornio da vasaio e il colore per piatti: rosso e nero. Di sicura origine fenicia è la creazione di anfore, realizzate per il trasporto di olio e granaglie per mare. Esemplari di ceramiche si trovano anche al museo di Cartagine ed a quello del Bardo a Tunisi.

Di certo determinante divenne il contributo allo stile ceramico tunisino degli arabi, che occuparono questa regione nel VII secolo. Sicuramente la moda dei colori vivaci e dei motivi geometrici si deve a loro. Un contributo allo stile ceramico tunisino arrivò anche dei Turchi, in Tunisia nel 16° secolo. Le caratteristiche uniche delle ceramiche tunisine derivano dalla fusione di tutti questi stili e culture.

Il centro più famoso per la produzione di ceramiche in Tunisia è la città di Nabeul, la cui ceramica è ricca di motivi vegetali e di ispirazione marina, sempre con colori vivaci. Altro importante centro di produzione, la già citata città di Guellala.

La lavorazione avviene al tornio per oggetti di forma cilindrica, per altre forme si usano stampi appositamente studiati.La cottura avviene al forno con temperature superiori ai mille gradi per circa 14 ore. I colori vengono applicati esclusivamente a mano, andando a formare i disegni per sovrapposizione di strati successivi. Dopo una nuova cottura, il prodotto finito si presenta all’ammirazione dei nostri occhi!

Curiosità

Formaggio Cheddar, l’oro arancione del Somerset

Gennaio 28, 2020

Il cheddar è un formaggio a pasta dura, di colore che può variare dal giallo pallido fino all’arancione, dal gusto deciso. Ha origine nel villaggio inglese di Cheddar, nel Somerset, da cui prende il nome.

È il più diffuso formaggio britannico, e contribuisce per oltre il 50% agli 1,9 miliardi di sterline del fatturato annuo dei formaggi inglesi. È molto utilizzato anche negli altri paesi di influenza anglosassone, come l’Australia, gli Stati Uniti e il Canada.

Dal 2003 il cheddar è diventato un prodotto a indicazione geografica protetta (IGP) con il nome di West Country farmhouse Cheddar, secondo un disciplinare che ne circoscrive la produzione nelle sole contee inglesi del Somerset, Devon, Dorset e Cornovaglia, da produttori aderenti al consorzio Cheddar Gorge Cheese Company.

 

Il Cheddar viene prodotto almeno dal 1170. In un documento del re Enrico II d’Inghilterra è annotato l’acquisto di 10 420 lb (4 730 kg) al prezzo di un farthing per libbra (3 sterline per tonnellata).

Nel corso della Seconda guerra mondiale tutto il latte doveva andare alle fabbriche del formaggio cheddar che era impiegato per le truppe. Questo causò la rinuncia a produrre altri formaggi fra cui il caerphilly che da allora rappresentano produzioni di nicchia.[senza fonte]

Nel 2012 tre scatole in legno rimaste nascoste nel fondo di una cella frigorifera per decenni sono state scoperte per caso da un produttore caseario del Wisconsin. Al loro interno tre forme di cheddar invecchiato involontariamente 28, 34 e 40 anni. Venduto all’asta a partire dal prezzo di 10 dollari all’oncia, è, secondo gli esperti, il lotto di formaggio più vecchio finora conosciuto.

Curiosità

8 curiosità sul formaggio che forse non conosci

Gennaio 28, 2020

1. Il formaggio è stato creato per sbaglio 4,000 anni fa

Curiosamente, uno dei nostri cibi preferiti non avrebbe visto la luce se non fosse stato per un errore. Leggenda vuole che il primo formagio sia stato creato per caso, mettendo del latte in un contenitore foderato con uno stomaco animale. un enzima presente nello stomaco ha causato una separazione del latte in 2 componenti, una liquida (siero) e una solida (cagliata). La seconda…è il formaggio!

2. Ci vogliono 4kg di latte per fare circa mezzo kg di formaggio

E’ così e inoltre, per assicurarsi che il latte si trasformi in delizioso formaggio è necessario che le mucche seguano una dieta sana. Mangiano circa 40kg di cibo al giorno e producono quasi 10,000 litri di latte all’anno… E’ un bel pò di formaggio!

3. Alcuni formaggi sono illegali negli Stati Uniti

Per motivi di sicurezza legati ai batteri, alcuni formaggi sono stati bannati dagli Stati Uniti. Alcuni di questi sono formaggi fatti con latte crudo ed invecchiato sotto i 60  giorni, come il  Brie de Meaux, il Reblochon, il Valencay, l’Epoisses, il Roquefort e il Camembert de Normandie.

4. Formaggio in grotta!

Immagazzinare formaggi nelle grotte, naturali o artificiali, li aiuta a stagionare conferendogli un ulteriore livello di sapore. Le grotte sono fredde e umide, esattamente quello di cui hanno bisogno i formaggi per la stagionatura.

 5. Ai topi non piace il formaggio

Contrariamente rispetto alle credenze popolari, i topi non amano il formaggio. Potendo scegliere, preferiscono dolci e carboidrati. Sicuramente mangerebbero formaggio se fosse l’unica cosa in giro da mangiare, come gran parte degli animali, ma non lo amano particolarmente.

 6. Le persone intolleranti ai latticini possono mangiare formaggio

Se sei intollerante al lattosio, non devi necessariamente dire addio al formaggio. Ma solo scegliere il giusto tipo. I formaggi stagionati hanno meno lattosio di quelli freschi e di solito possono essere mangiati senza problemi particolari. Pensa a formaggi come il Brie, il Camembert, il Cheddar , il Parmigiano e il provolone.  Una scelta abbastanza ricca!

7. C’è un motivo per cui alcuni formaggi sono scritti con la maiuscola

Sono i formaggi che prendono il nome dalla città di origine. Tra questi l’Asiago, il Brie, il camembert, il Gouda, la Groviera, il Parmigiano. Gli altri sono scritti in minuscolo, come il cheddar, la mozzarella, il provolon o la feta.

8. Le dimensioni della cagliata producono diversi tipi di formaggio

Cagliate più grandi producono formaggi più morbidi, come la ricotta e il mascarpone. Le piu piccolo invece danno vita a formaggi più duri come il Parmigginao e il pecorino.